domenica 23 novembre 2008

IL SANTO GRAAL

E’ una delle parole che più attraggono l'attenzione dei lettori di ogni età: in secoli di storia il Graal sembra non aver perso nulla della sua antica potenza. Anzi. Oggi come non mai è al centro di romanzi, saggi di ogni tipo, film e fumetti. Ma cos'è veramente il Graal? Le sue tracce storiche, come le teorie, si perdono nel tempo e nella fantasia. Il termine "graal" inizialmente, in francese antico, deriva probabilmente dal latino medievale “gradalis” e significa calice, vaso, scodella o anche catino. Secondo la tradizione, il Graal è la coppa che Gesù Cristo ha usato nell'ultima cena, la stessa che ha poi raccolto il suo sangue dopo la crocifissione.
Proprio il contatto con il sangue di Gesù, gli avrebbe trasmesso dei grandi poteri così come sarebbe accaduto alla lancia di Longino ed alla Sacra Sindone.

La prima volta
Come però sia nato il vero mito del Graal, questo ancora non si sa. Per certo conosciamo solo l'occasione nella quale il termine è stato usato. Era il 1190, infatti, quando morì lo scrittore francese Chrétien de Troyes. Il suo romanzo incompiuto, il “Perceval, ou le conte du Graal”, citava per la prima volta il Graal. Il giovane Perceval, dopo essere diventato cavaliere alla corte di re Artù, raggiunge il castello del Re Pescatore, dove accanto alla tavola imbandita, vede sfilare dei ragazzi con degli oggetti misteriosi: una lancia insanguinata, due candelabri e il Graal, descritto come una coppa d'oro purissimo incastonata con meravigliose pietre preziose, al cui ingresso si diffonde un gran chiarore. Sarà in seguito un'ostia contenuta nel Graal a tenere in vita il Pescatore ferito, e ad essere il suo unico sostentamento.

Una coppa o una pietra?
È nato così il mito immortale del Graal, anche se è certo che non sia stato Chrétien de Troyes ad inventarlo. Dopo di lui comunque, anche altri hanno scritto della mitica coppa, cambiando però talvolta la sua natura. All'inizio del XIII secolo, il poeta tedesco Wolfram von Eschenbach scrive “Parzival”, un romanzo cortese come quello di Chrétien ma con una sostanziale differenza: il Graal invece di una coppa è una pietra magica, ed è «fonte di ogni bene in terra». Questa trasformazione ha fatto pensare ad un influenza della cultura orientale piuttosto che di quella celtica del precedente romanzo. Inoltre, la nuova natura di pietra assunta dal Graal ha portato a collegamenti ideali sia con la pietra filosofale cara agli alchimisti che con la pietra che, secondo una leggenda, ornava la corona di Lucifero e cadde con lui dal cielo.

Da Giuseppe di Arimatea a re Artù
Dobbiamo a Robert de Boron, invece, il “Joseph d'Arimathie. Le Roman de l'Estone don Graal” composto intorno al 1202. Il Graal compare ora come la coppa usata da Gesù nell'ultima cena. Giuseppe di Arimatea, un mercante suo discepolo, desiderando avere qualcosa appartenuta a Gesù, da conservare come una reliquia, si sarebbe fatto dare la coppa dove aveva bevuto il Messia dal padrone della casa dove si era consumata l'ultima cena. I Vangeli di Matteo, Marco e Luca, ci raccontano che durante l'ultima cena Gesù prese il pane, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli insieme al vino del suo calice, dando inizio così al sacramento dell'Eucarestia. Il giorno seguente, di venerdì, Gesù fu crocifisso. Deposto dalla croce, Giuseppe di Arimatea lo avvolse nel lenzuolo che oggi è la Sacre Sindone, e lo portò in una tomba nuova, che lui stesso aveva fatto costruire. Secondo la leggenda del Graal, durante la preparazione e il lavaggio del corpo prima della sepoltura, Giuseppe vide uscire delle gocce di sangue dal costato di Gesù, proprio dalla ferita che il centurione Longino aveva fatto con la sua lancia, e le raccolse nella coppa servita pochi giorni prima per la consacrazione dell'ultima cena. In seguito Giuseppe di Arimatea partì dalla Palestina in direzione della Britannia per fondare la prima chiesa cristiana, portandosi dietro quello che oggi chiamiamo il Santo Graal.

Versioni discordanti
La storia del Graal, però, non è uguale per tutti. Secondo una parte della tradizione, la mitica coppa restò per alcuni secoli in Inghilterra, fino a quando, nel VI secolo, si decise di trasferirla a Roma. Il sacerdote incaricato di portarla, però, vista l'invasione dei Longobardi, si fermò all'Isola Comacina. Una chiesa costruita in onore del Santo Graal ricorderebbe proprio l'aiuto dato dalla reliquia alla resistenza dell'isola. Da lì il Graal sarebbe stato portato in Val Codera, in uno dei misteriosi luoghi che vengono citati come un suo possibile nascondiglio. Un'altra visione della storia, che unisce tradizione celtica e cristiana, riporta che Gesù, che sarebcr stato in passato con Giuseppe d'Arimetea in Cornovaglia, avesse ricevuto da Merlino un druido converto al cristianesimo, una coppa rituale, la stessa che avrebbe portato con sé per l'ultima cena. Dopo la sua morte, Giuseppe sarebbe tornato in Inghilterra proprio per restituirla, accresciuta dal potere dato dal sangue di Cristo. Il Graal sarebre stato quindi consegnato al Re Pescatore, parente sia di Giuseppe che di Parsifal. Quando, tempo dopo, sulla Britannia si abbattè la "wasteland", una maledizione sia spirituale che materiale, causata da una ferita inflitta al Re Pescatore con la lancia di Longino, del Graal si perse ogni traccia. E’ a questo punto che Merlino invita Artù a ritrovarlo ad ogni costo, perché la sua grazia liberi la Britannia dall'incubo. Parsifal, l'unico cavaliere della Tavola Rotonda degno di trovare il Graal, inizia la sua ricerca, arrivando più volte vicino alla meta, fino a quando non riesce a prendere quello che viene definito "il piatto nel quale Gesù mangiò l'agnello con i discepoli il giorno di Pasqua".

La nascita del mito nei paesi nordici

Prima di diventare un mito cristiano, quello del Graal è stato, anche se in forme diverse, un mito celtico. In Europa si raccontava di vasi, caldaie e coppe dal grande potere, come il Calderone dei Dagda, la "coppa della vita" della civiltà celtica. Il Calderone di Gundestrup può esserne un esempio. La storia del Re Pescatore, di re Artù e ricerca del Graal da parte dei dodici cavalieri della Tavola Rotonda, è il risultato della fusione delle due tradizioni quindi, cristiana e celtica, ed i cavalieri che, come Lancillotto, falliscono la loro missione scontano la propria impurità. Dall'Inghilterra il mito si allarga all'Europa, fino ad arrivare ai nostri giorni. Ma nel frattempo dov'è il Graal? Secondo una fonte sarebbe stato portato nel 540 in Medio Oriente dove sarebbe rimasto nascosto per secoli, fino all'arrivo dei crociati. Quando nei primi anni del Mille i cavalieri cristiani arrivarono in Terra Santa, sentirono per certo parlare del misterioso oggetto dai grandi poteri, ormai patrimonio della tradizione esoterica locale. Furono loro, con molta probabilità, a diffondere di nuovo il mito in Europa una volta tornati in patria. Se poi da quei luoghi lontani hanno riportato solo il racconto o anche il vero Santo Graal, questo non è dato saperlo.

Un forte valore simbolico
In ogni caso, non sarebbe corretto identificare la coppa misteriosa solo con la preziosa reliquia dell'ultima cena. Il Graal, infatti, ha anche un forte valore simbolico ed esoterico. Per gli alchimisti sarebbe uno strumento di conoscenza e di evoluzione spirituale. Secondo Julius Evola, ad esempio, il Graal sarebbe al centro di un rito iniziatico pagano al quale, nel medioevo, la Chiesa si sarebbe opposta. Per René-Guenon il Graal sarebbe giunto nella cristianità provenendo dalla tradizione iniziatica dei druidi e rappresenterebbe il centro del monde esoterico, simbolo della religione primordiale proveniente dal mondo sotterraneo di Agarthi. Più "modernamente", Adolf Hitler lo considerava uno strumento per conquistare il mondo mentre per il grande psicanalista Cari Jung sarebbe in realtà un archetipo dell'inconscio.

Cercando il Graal
Ma dove si troverebbe veramente il Graal? Fa veramente parte del misterioso tesoro dei Cavalieri Templari? Secondo il racconto di un pellegrino inglese del VII secolo, sarebbe custodito in Terra Santa, in una cappella vicino Gerusalemme. Un'altra fonte parla invece del Graal come del piatto dell'ultima cena conservato oggi nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova. Si tratta del Sacro Catino, una coppa esagonale in vetro verde che la tradizione vuole sia stata intagliata in uno smeraldo. I genovesi la portarono in patria come trofeo dopo aver conquistato la città di Cesarea, in Palestina, nel 1102. Portata a Parigi da Napoleone Bonaparte, fu riportata in Italia con degli evidenti danni. Restando in Italia, il Graal potrebbe essere custodito a Bari, dove è riportato su un bassorilievo della cattedrale, e a Torino, indicato con gli occhi da una statua della Chiesa della Gran Madre. Il Graal è stato identificato anche nel Santo Calice, una coppa di agata montata su una base medievale in oro, perle e pietre preziose, che si trova nella cattedrale di Valencia. Secondo la leggenda sarebbe stato portato a Roma da San Pietro e da lì il diacono Lorenzo l'avrebbe portata nella città spagnola. Un'altra versione della storia chiama in causa i cavalieri Teutonici, nati nel 1190, che avrebbero affidato il Graal, ricevuto a loro volta dai mistici Sufi, all'imperatore Federico II perché lo salvasse durante le crociate. Questo spiegherebbe l'edificazione dell'enigmatico edificio di Castel del Monte fatto costruire dall'Imperatore, la cui vera funzione resta ancora oggi misteriosa.

In Europa e oltre oceano

Un altro nascondiglio del Graal potrebbe essere il Castello di Gisors, in Francia, dove l'avrebbero portato i Templari, custodi della preziosa reliquia dalla fine del XII secolo, da quando l'avrebbero ricevuto dalla "setta degli assassini", gli adoratori di Bafometto, che per alcuni non era altro che il Graal. Sempre in Francia, ci sono altri due posti nei quali si parla del Graal: il Castello di Montsegur, ulama preziosa roccaforte dei Catari, e la chiesetta di Rennes le Chateau, famosa per le vicende che hanno avuto come protagonista l'abate Saunière. Tornando in Gran Bretagna, come nascondiglio segreto del Graal si ipotizza la cappella di Rosslyn, in Scozia, stranamente piena di riferimenti templari pur essendo stata edificata dopo lo scioglimento dell'ordine. Più a sud, invece, a Glastonbury, nel Somerset, in quella che viene indicata come la leggendaria Avalon e dove nel 1191, durante la terza crociata, sono state scoperte le tombe della regina Ginevra e di re Artù, si trova il Chalice Well, il pozzo nel quale, secondo la tradizione, Giuseppe di Arimatea avrebbe gettato il Graal. Una leggenda alimentata anche dallo strano sapore metallico dell'acqua del posto. Il mito del Graal ha varcato anche l'oceano, arrivando a Oak Island negli Stati Uniti, dove sarebbe nascosto sul fondo di un pozzo canadese, un vero mistero che ha appassionato ricercatori da tutto il mondo ma che ancora non sembra voler svelare i suoi segreti. Proprio come il vero Santo Graal.

"Sang Real".. Santo Graal

Per la maggior parte degli appassionati il Graal è da ricercare nei luoghi più disparati della Terra. Non solo. Per molti non sarebbe ancora chiaro neanche il suo vero aspetto. Si va infatti dalla coppa e da un catino, ad una pietra caduta dal cielo, dall'Arca dell'Alleanza ad un misterioso libro scritto da Gesù, dalla Sacra Sindone di Torino alla pietra centrale della corona di Lucifero. Tre scrittori popolari inglesi, Henry Lincoln, Richard Leigh e Michael Baigent nel loro “The Holi Blood and the Holy Grail” del 1982, hanno ipotizzato un'ulteriore versione. Secondo loro, infatti, i Graal non sarebbe un oggetto materiale, ma la linea di sangue dei discendenti di Gesù Cristo. In sintesi, affermano che Gesù avrebbe lasciato la Palestina con Maria Maddalena e che da lei avrebbe avuto dei figli, dai quali avrebbe poi avuto origine, in Francia, la dinastia reale dei Merovingi. Il Graal, quindi, sarebbe stata la stessa Maddalena, vero "contenitore" del sangue di Cristo. Un "sang real", sangue reale, che continuerebbe a scorrere anche oggi nelle vene dei misteriosi discendenti di Gesù, sotto protezione del fantomatico Priorato di Sion. Una teoria, questa, che oltre a numerose critiche ha dato vita anche al romanzo di Dan Brown, il codice da Vinci, successo letterario senza precedenti.  (misterieleggende.com)

sabato 22 novembre 2008

Qual'è il segreto del vostro matrimonio?

(comune.venezia.it)

Per qualcuno la nostra vita è simbiontica
e andrebbe vissuta più distaccata e indipendente,
ma chi va oltre le apparenze si accorge delle nostre singolarità,
del nostro completarci, ma non soffocarci, collaborare, mantenendo i nostri spazi.
Due menti, un unico cuore ed un cammino, mano nella mano,
in questra strada piena di dossi, insidie,
ma anche di piccoli grandi miracoli di ogni giorno,
che condividiamo e ci arricchiscono l'anima.
Non ci sono segreti... siamo!

TRIANGOLO DELLE BERMUDE

Il 5 dicembre del 1945 cinque Avengers, aerei bombardieri, si alzavano in volo dalla base di Fort Lauderdale, in Florida, per un normale giro di perlustrazione e controllo sull'Atlantico. La flotta 19 era comandata dal responsabile Charles Taylor. Gli altri quattro piloti erano reclute in allenamento.
Si accingevano a compiere quello che in gergo è detto "volo di routine", ossia un'attività del tutto sicura, utile soprattutto a far maturare qualche ora di volo in più senza istruttore al fianco.
Attorno alle 2,15 gli aerei si trovavano già in pieno oceano, seguendo la rotta standard, il tempo era caldo e il cielo limpido. Alle 3,45 la torre di controllo riceve un messaggio da Taylor: «Siamo in emergenza.
Crediamo di esserci persi. Non si vede più terra... ripeto... non riusciamo più a scorgere la terra».
«Qual’ è la vostra posizione?»
«Non siamo certi della posizione. Non sappiamo dove ci troviamo. Ripeto, ci siamo persi».
«Puntate verso ovest», suggeriscono dalla torre.
«Non sappiamo quale sia la direzione ovest. Tutto sembra fuori posto... strano. Non siamo più sicuri di niente. Persino l'oceano non sembra quello che dovrebbe essere».
Alla torre di controllo cresce lo sconcerto. Quand'anche una tempesta magnetica avesse messo fuori uso gli strumenti, i piloti avrebbero comunque potuto orientarsi osservando il Sole basso nel cielo a occidente. A questo punto il contatto radio peggiora e i messaggi si riducono a brevi frasi. Tra gli altri, si registra la conversazione spasmodica fra due piloti. Uno grida che tutta la sua strumentazione di bordo è andata in tilt. Alle 4 in punto Taylor decide di passare il comando a un altro pilota. Ma anche lui alle 4,25 dichiara: «Non sappiamo dove ci troviamo».
La situazione, frattanto, si fa drammatica. Se gli aerei non dovessero rientrare o toccare terra entro le successive quattro ore, la mancanza di carburante li costringerebbe ad ammarare. Alle 6,27 parte una missione di soccorso. In volo si alza un gigantesco Martin Mariner, con a bordo un equipaggio di tredici persone. L'aereo si mette sulle tracce degli Avengers, seguendo l'ultima rotta segnalata. Dopo ventitré minuti il cielo verso oriente viene improvvisamente illuminato da un lampo color arancio brillante. Da quel momento dei velivoli, Mariner compreso, non si ha più alcuna notizia. Sono come svaniti nel nulla. Proprio come è accaduto a navi e altri aerei in quella stessa area, poi tristemente nota come "Triangolo del diavolo" o "Triangolo delle Bermuda". Quello che accadde agli aerei scomparsi non riteniamo sia un mistero. Nel corso del pomeriggio il tempo si era fatto brutto e le navi in mare avevano segnalato «forti venti e mare in tempesta». La squadriglia 19 e il Mariner, finito il carburante, erano stati costretti a scendere in mare inabissandosi. Il vero mistero, dunque, era un altro: perché era accaduto? Perché i piloti avevano perso la tramontana e ogni elementare senso di orientamento? Anche se la strumentazione di bordo aveva smesso di funzionare e anche se la visibilità era scesa a poche decine di metri, persino un pilota alle prime armi si sarebbe portato al di sopra dello strato di nubi procedendo con piena tranquillità. Ma ciò che suona ancora più strano è il fatto che un simile evento avrebbe dovuto mettere sul chi vive le autorità militari, avvertendo che qualcosa di veramente pericoloso incombeva su quella striscia di mare fra la Florida e le Bahamas, una folta catena di isole a poco meno di 100 km dalla costa. Invece non avvenne nulla, non squillò nessun campanello d'allarme. Venne proposta la solita soluzione: l'incidente era stato provocato dalla somma di alcuni elementi negativi: cattivo tempo, interferenze elettriche nelle bussole di riferimento, inesperienza dei piloti, il fatto che il loro comandante, Charles Taylor, era stato soltanto da poco assegnato alla base e non conosceva i luoghi. Spiegazioni analoghe saranno poi utilizzate nei vent'anni a venire per spiegare alcune tragedie simili: la scomparsa nel 1947 di una superfortezza volante, quella di un Tudor IV nel gennaio del 1948, di un DC3 nel dicembre dello stesso anno, un altro Tudor IV nei 1949, un Globeinaster nel 1950, uno York inglese da trasporto nel 1952, un Super Constellation della Marina nel 1954, un altro Martin nel 1956, un aereo cisterna dell'Air Force nel 1962, due Stratotankers nel 1963, un magazzino volante nel 1965, un cargo civile nel 1966, un altro cargo nel 1967 e un altro ancora nel 1973... per un numero di dispersi superiore alle 200 unità. Cosa abbastanza singolare, il primo a rendersi conto della straordinarietà di tutti questi fatti messi insieme non fu un militare, ma un giornalista, Vincent Gaddis. Nel febbraio del 1964 il suo articolo intitolato “Morte nel Triangolo delle Bermuda” compare sulle pagine della rivista «Argosy», battezzando il mistero col nome che oggi è a tutti ben noto. Un anno dopo, in un libro completamente dedicato al problema, dal titolo “Triangolo maledetto e altri misteri del mare”, Gaddis riprende il pezzo inserendolo nel capitolo “Il Triangolo della morte”. Viene elencato un gran numero di navi che sono scomparse in questa fascia di oceano, a partire dalla Rosalie, svanita nel nulla nel 1840, per arrivare allo yacht Connemara IV nel 1956. Nella chiusa del capitolo, Gaddis entra a pie pari nel regno della fantascienza e si butta sulla speculazione di un «continuom spazio-temporale che avvolge il nostro mondo, compenetrandolo completamente», suggerendo che forse le navi e gli aerei sono spariti penetrando in una sorta di buco cosmico che introduce alla quarta dimensione. Qualche tempo dopo la pubblicazione del libro, Gaddis riceve una lettera da parte di un certo Gerald Hawkes, il quale gli racconta una sua esperienza nel Triangolo delle Bermuda consumatasi nell'aprile del 1952. Durante un volo dall'aeroporto attuale Kennedy, a Gran Bermuda, all'improvviso l'aereo era precipitato per oltre 60 m. Non si era trattato di un vuoto d'aria, bensì l'impressione era stata quella di scendere come a bordo di un ascensore. Poi il piccolo aereo aveva ripreso quota. «Era stato come se un gigante si fosse divertito ad afferrare l'aereo e a farlo scendere e salire come un giocattolo” mentre le ali sembravano sbattere, proprio come quelle di un uccello. Il capitano, visibilmente sconcertato, aveva rivelato ai passeggeri di non riuscire più a scorgere Gran Bermuda e che l'operatore radio stava da qualche momento tentando inutilmente di mettersi in contatto sia con la Florida che con Gran Bermuda. Finalmente, dopo un'ora, il velivolo era entrato in comunicazione con una nave che, fungendo da punto di riferimento, l'aveva guidato fino a destinazione. Scesi dall'aereo, tutti avevano potuto notare la limpidezza del cielo notturno, una splendida serata senza vento. La lettera di Hawkes finiva con una osservazione affascinante: «Forse l'aereo era stato inghiottito in un luogo dove tempo e spazio non esistevano». Ora, sappiamo tutti che l'ingresso di un aereo in un vuoto d'aria, con un repentino mutamento delle condizioni della pressione, può provocare una improvvisa precipitazione per mancanza di sostegno e che violente turbolenze d'aria inducono nelle ali fenomeni vibrazionali così forti da dare l'impressione che sbattano come quelle di un uccello; ma ciò che in questo caso più di ogni altro fatto resta un mistero è il totale blackout radio. E’ la stessa singolare anomalia che stupisce coloro che si avvicinano allo studio degli UFO, i cosiddetti dischi volanti, a proposito dei quali sono state proposte infinite ipotesi sin dal loro apparire, vale a dire da quando nel giugno del 1947 il pilota civile Kenneth Arnold affermò di aver osservato nove '"piatti volanti" mentre si trovava in quota sul Monte Rainier, nello stato di Washington. Alcuni ufologi sostengono che la superficie della Terra non è uniforme come pare, bensì punteggiata da strani "vortici", mulinelli energetici, dove gravità e magnetismo planetario sono inspiegabilmente meno consistenti. Si tratterebbe, in definitiva, di una specie di finestre, punti di luoghi particolari del pianeta, che ipotetici extraterrestri potrebbero sfruttare come zone di prelievo per esemplari di esseri umani destinati allo studio sistematico sul loro lontano pianeta di provenienza... Per Ivan T. Sanderson, amico di Gaddis e noto studioso di fenomeni stravaganti, questa ipotesi è davvero un po' troppo spinta nel regno della fantasia. Da buon scienziato rigoroso, Sanderson ha affrontato il problema disegnando una cartina del mondo su cui evidenziare le aree teatro di scomparse inspiegabili. Ha così scoperto, per esempio, l'esistenza di un altro "Triangolo del diavolo" a sud dell'isola giapponese di Honshu, dove navi e aerei spariscono con regolarità. Dall'altro capo del mondo, un giornalista locale lo ha informato in merito a una strana esperienza personale da lui vissuta durante un volo verso Guani, nell'oceano Pacifico. Con il suo vecchio aereo da diporto era riuscito a coprire in un'ora e in totale assenza di venti un numero di chilometri pari quasi al doppio di quelli consentiti mediamente e, guarda caso, stava proprio sorvolando un'area "pericolosa" nella quale da anni si registravano sparizioni improvvise. Riportando queste zone critiche sulla carta del mondo, Sanderson si è accorto che presentano una superficie a losanga e che queste losanghe sembrano abbracciare il pianeta secondo una configurazione chiara, disposta su due strisce ad anello, rispettivamente collocate a 30° nord e 40° sud rispetto alla linea equatoriale. In questa fascia Sanderson ha contato almeno 72 zone singolari. Il vulcanologo George Rome sostiene che i fenomeni tellurici scaturiscono tutti a un preciso livello al di sotto della crosta terrestre, mentre la direzione e il verso della loro attività sarebbe determinata da movimenti di rotazione registrati attorno al nucleo centrale del pianeta. Ebbene, la collocazione grafica di questi nuclei sismici operata da Rouse, corrisponde in modo pressoché perfetto alle losanghe individuate da Sanderson. Forte di questa annotazione e come sempre animato da uno spirito indagatore prettamente scientifico, Sanderson è così giunto alla conclusione che giustificare le enigmatiche sparizioni con ipotesi fantasiose non funziona, nel momento in cui le discontinuità della superficie terrestre messe in risalto dalla ricerca sua e da quella di Rouse - i mulinelli energetici di cui si è detto - potrebbero benissimo costituire una causa prima scientificamente accettabile. La teoria proposta da Sanderson è comparsa in un suo libro del 1970 intitolalo “UFO: visitatori dal cosmo”. Tre anni dopo è toccato alla giornalista Adi-Kent Thomas Jeffrey raccogliere in un lungo elenco, pubblicato da una piccola casa editrice della Pennsylvania, tutta la casistica collegata al Triangolo delle Bermuda. Ma, purtroppo per lei, la giovane cronista non ha avuto fortuna nella scelta del tempo, poiché pochi mesi dopo usciva il grande successo di un altro noto autore. Parliamo di Charles Berlitz, pronipote del fondatore della celeberrima scuola di lingue, il quale pubblicava per i tipi di una grande casa editrice come la Doubleday, un rapporto dettagliato e al tempo stesso avvincente di ciò che era accaduto e stava accadendo nel famigerato Triangolo della morte. Il successo fu pieno e completo e in un attimo il libro era balzato in vetta a tutte le classifiche di vendita. Erano passati vent'anni dalla scomparsa della squadriglia 19 e dieci da quando Vincent Gaddis aveva inventato la formula "Triangolo delle Bermuda". Berlitz è stato però il primo autore a riuscire ad imporre il fenomeno all'attenzione del mondo. Uno dei molteplici motivi del successo lo si deve al fatto che Berlitz non ha esitato a lanciarsi in speculazioni fantasiose che hanno come protagonisti alieni, vuoti temporali, UFO, carri degli dèi e altro ancora. Fra le ipotesi più straordinarie, Berlitz mette in pista anche quella legata al pioniere della ufologia, il professor Morris K. Jessup, morto in circostanze per lo meno misteriose, dopo aver approfondito troppo un argomento tabù, conosciuto agli addetti al lavori come "Esperimento Filadelfia". Si tratta di un esperimento scientifico che si mormora abbia avuto luogo nel 1943 a Filadelfia, nel corso di alcuni test attivati dalla Marina militare americana al fine di mettere a punto un dispositivo in grado di circondare una nave con un potente campo magnetico. Stando ai testimoni sentiti da Jessup, ad un certo momento una strana luce verdastra aveva investito la nave, i cui contorni si erano fatti via via incerti e tremolanti, poi la grande massa era sparita, ma solo per ricomparire nel porto di Norfolk, in Virginia, a oltre 450 km di distanza. Molti componenti l'equipaggio morirono; altri impazzirono. Stando a quanto affermava Jessup, non appena si era gettato anima e corpo in questa ricerca, era stato contattato da agenti della Marina militare, i quali gli avevano proposto di investigare con loro su progetti analoghi, ma lui aveva rifiutato. Nel 1959 Morris venne trovato morto nell'abitacolo della sua automobile, ucciso dai gas di scarico. Secondo Berlitz, il professore era stato indulto al silenzio, per non correre il rischio che spifferasse tutto ciò che già era venuto a conoscere sull'Esperimento Filadelfia. Ma, vi chiederete, che cosa c'entra tutto questo con il tema del Triangolo delle Bermude? Semplice: nell'esperimento si tentava di realizzare un vortice magnetico del tutto simile a quelli ipotizzati da Sanderson, un mulinello in grado di far compiere all'oggetto (in questo caso una nave) un salto spazio-temporale e tele trasportarlo a centinaia di chilometri di distanza. In modo alquanto strano, questa immaginazione teorica ebbe il potere di mandare gli scettici su tutte le furie. Come in un'esplosione improvvisa, incominciarono a uscire libri, articoli e programmi televisivi animati dall'unico scopo di smontare il caso Bermuda. In tutti, la strategia adottata era quella del buon senso comune, quella stessa messa in atto sin dal 1945 dalle autorità militari e politiche: le sparizioni misteriose erano dovute, molto semplicemente, a cause naturali e, in modo particolare, a tempeste improvvise. Di certo non si può negare che per alcuni eventi questa sia davvero la soluzione migliore; ma se solo ci prendiamo la briga di dare una scorsa agli elenchi di navi e aerei spariti nel nulla, considerando che nella maggior parte dei casi non si è ritrovato il corpo delle vittime e neppure un rottame, ebbene, a questo punto, mettersi in sospetto è il minimo che una mente razionale deve fare. Ci chiediamo: ma non esiste un'ipotesi capace di conciliare il necessario buon senso comune con qualche guizzo intuitivo in grado di rendere ragione di tutta questa allarmante fenomenologia? Chi potrebbe aiutarci meglio di coloro che, chissà come e perché, sono riusciti a sfuggire alla maledizione del Triangolo? Proviamo. Nel novembre del 1964 il pilota di un volo charter, Chuck Wakely, stava facendo ritorno da Nassau a Miami, in Florida, volando a una quota di circa 2500 m. Ad un tratto aveva notato un globo luminoso danzare attorno alle ali, ma non ci aveva fatto caso, ritenendolo un abbaglio. Di colpo, il globo si era fatto sempre più grosso e la sua ingombrante presenza aveva mandato in tilt l'apparecchiatura automatica di bordo, tanto da costringerlo a ricorrere ai comandi manuali. Poi il globo era diventato così brillante da abbagliarlo. Per fortuna, la luminosità si era quasi subito affievolita e la funzionalità degli strumenti di pilotaggio si era riattivata. In un chiaro pomeriggio del 1966 il capitano Don Henry stava tranquillamente guidando il suo rimorchiatore da Puerto Rico a Fort Lauderdale, quando era stato chiamato sul ponte dalla voce concitata di un marinaio. La bussola di bordo era come impazzita e ruotava al contrario. D'un tratto era scesa una strana penombra e l'orizzonte era scomparso. «Sembrava che l'acqua fosse ovunque, in tutte le direzioni». La corrente elettrica era venuta meno, anche se il generatore aveva continuato a funzionare. Quello di emergenza era bloccato. Il rimorchiatore venne inghiottito da una coltre di nebbia, spessa e scura. Dopo qualche momento di terrore, i motori avevano ripreso da soli a funzionare e l'imbarcazione si era ritrovata miracolosamente fuori da quella atmosfera irreale e minacciosa. La spessa nebbia era concentrata in un unico banco, dove anche il mare era più agitato. Tutto attorno a questa "isola'' il clima era buono e le acque calmissime. Per quel che ne sapeva, il capitano Henry testimoniò che la bussola impazzita si comportava come quando gli capitava di risalire il fiume San Lorenzo a Kingston, dove i massicci depositi ferrosi alteravano completamente il comportamento dell'ago magnetico. Come sappiamo, il nostro pianeta (anche se nessuno è in grado di dire perché) è un gigantesco magnete, con le linee di forza che lo percorrono secondo traiettorie imprevedibili ma certe. Sono queste le vie che uccelli e animali percorrono quando l'istinto li spinge a '"tornare a casa"; sono sempre queste le energie che sollecitano la bacchetta del rabdomante a flettersi e vibrare. Ma esistono luoghi sulla Terra dove anche gli uccelli migratori sono sconcertati e perdono l'orientamento, perché succede qualcosa di anomalo, come, per esempio, la creazione dei misteriosi mulinelli o vortici energetici magnetici di cui si è detto. Nel 1930 in un trafiletto comparso sul «Marine Observer» si segnalava la presenza di una forte alterazione magnetica nei pressi del vulcano Tambura, a Sumbawa, a causa della quale le bussole di bordo impazzivano impedendo ai naviganti di seguire le rotte prestabilite. Nel 1932 il capitano Scutt della Australia, nelle vicinanze di Freemantle, ebbe modo di constatare uno sconvolgimento magnetico tanto forte da alterare di 12° la linea di rotta della nave. Ma il collezionista principe di queste notizie è il ricercatore William Corliss, autore di due libri interessanti. Dobbiamo proprio a Corliss lo spunto per la ricerca che ci ha condotto al caso del dottor Laurier di Ottawa, il quale mentre nel 1974 stava monitorando gli spostamenti delle grandi banchise ghiacciate del nord del Canada, si era imbattuto in una zona di anomalia magnetica lunga la bellezza di 60 km, fenomeno che egli valutò scaturire da qualche misteriosa energia posta circa 25 km sotto la superficie. Secondo Laurier questo genere di eventi nasce dallo scontro sotto la crosta di placche tettoniche che collidono: quelle stesse manifestazioni geologiche che provocano i terremoti. Il nodo centrale che emerge da tutto quanto si è fin qui detto, è che in realtà il nostro pianeta non si comporta affatto come una normale calamità, caratterizzata da un campo simmetrico e preciso, ma la sua superficie è come costellala da "buchi", vuoti e anomalie. Come già si è detto, gli scienziati non hanno ancora capito come mai la Terra possegga un campo magnetico, anche se è prevalente l'ipotesi che ciò sia dovuto al suo nucleo centrale magmatico ferroso. Questo continuo movimento produce scivolamenti e slittamenti nel campo magnetico planetario e fenomeni di esplosione di attività magnetica, in tutto comparabile a quella, ben più gigantesca, tipica del Sole. Se queste attività sono in qualche modo da collegarsi alle zone di tensione della crosta terrestre e quindi ai terremoti, diventa plausibile immaginare abbiano collocazioni preferenziali, proprio come accade per le aree sismiche. Ma quali effetti potrebbe generare un "terremoto" di improvvisa attività magnetica? Per esempio, un comportamento anomalo della bussola; perché sarebbe come se dal centro della Terra risalisse una meteora dal potente nucleo magnetico. Turbolenze violente sulle acque del mare, perché agirebbero le stesse forze di perturbazione tipiche delle maree lunari, solo che, in questo caso, il fenomeno sarebbe del tutto irregolare, sopraggiungendo da ogni direzione. Nel vortice magnetico venutosi a creare, nuvolaglia e nebbia tenderebbero a concentrarsi, dando origine a un banco spesso e fitto, impenetrabile. Le strumentazioni elettroniche verrebbero certamente messe in crisi, se non completamente fuori uso... Questa grande quantità di dati e considerazioni spiega perché le cosiddette ipotesi semplicistiche - quelle che invocano cause naturali e etichettano il caso Bermuda come mera invenzione giornalistica - non siano soltanto superficiali, ma deleterie. Esse, infatti, scoraggiano ulteriori indagini su quello che potrebbe essere uno dei più affascinanti rebus scientifici del nostro tempo. Con i tanti satelliti artificiali che gravitano tutt'attorno alla Terra, solo volendo, oggi saremmo in grado di osservare le esplosioni di attività magnetica con la stessa puntuale precisione con cui vengono segnalati terremoti e movimenti della superficie. Potremmo valutarne intensità e frequenza al punto da poterle prevedere. Il risultato non sarebbe solo quello di dare soluzione a un pur grande mistero, ma anche di evitare che in futuro si verifichino tante altre tragedie come quella della sparizione della squadriglia 19.(misterieleggende.com)

La strada solitaria

Tanti anni fa...
una bimba, tornando a casa, camminava per una strada solitaria,
il silenzio e un senso di malinconica tristezza la pervasero.
A casa scrisse una poesia su quella strada e promise a se stessa
che non sarebbe più stata sola.
Quella promessa le portò tante conoscenze, ma...
perse di vista il vero senso della parola "amicizia" e cadde in un tunnel,
da cui per tanti anni, non vide luce,
solo ombre nere e minacciose.
Poi una sera conobbe una persona, apparentemente indifesa e quasi fragile,
simpatica e dai buoni sentimenti.
Finalmente una luce calda, sincera, disinteressata, senza ombre,
l'esempio di vera amicizia, con tanto amore da donare.
Si presero per mano, l'amicizia crebbe, quell'amore fu condiviso da entrambi,
e iniziarono a percorrere insieme la strada solitaria di un tempo
ed il cammino di vita.

L'AURA

Le persone dotate di poteri medianici "vedono" in ciascun essere vivente un'aura che circonda il corpo, una sorta di energia vitale. Uno dei primi a farne cenno nei suoi scritti fu il medico Paracelso, che descrisse questo campo energetico come una sfera infuocata. Nel XVIII secolo il medico austriaco Franz Anton Mesmer introdusse il concetto di "magnetismo animale": un lieve fluido che congiunge uomo, Terra e corpi celesti, ma attivo anche tra uomo e uomo. Mesmer riteneva che le malattie scaturissero dalla distribuzione non omogenea di questo fluido all'interno del corpo umano.
Nel XX secolo il medico londinese Walter Kilmer ha inventato uno schermo per osservare la luce ultravioletta. Grazie a questo strumento è riuscito a scorgere attorno al corpo umano un'emanazione, da cui sosteneva di poter rilevare la presenza di malattie dell'organismo, basandosi semplicemente sulle caratteristiche della luce diffusa. Nel 1939 il russo Semjon Davidovic Kirlian presentò un procedimento di stampa fotografica, noto ora con il nome di "fotografia Kirlian", che consente di analizzare l'aura degli esseri viventi, evidenziandone l'effetto "corona" nell'aria.

Interpretare l'aura
Chi è in grado di riconoscere l'aura degli altri esseri umani sostiene che questa assuma una forma ovale e si propaghi generalmente per circa 30-45 cm attorno al corpo: nelle persone molto estroverse sarebbe decisamente più estesa, nei moribondi generalmente debole e ridotta a una linea sottile attorno al corpo. Attraverso lo studio dei colori dell'aura sarebbe inoltre possibile comprendere stati d'animo ed emozioni: il rosso rappresenta la rabbia e la forza vitale, il verde la compassione e il benessere, il blu la spiritualità e la passione, l'indaco la bontà e l'intuito.

I corpi sottili
Gli studiosi di esoterismo e i cosiddetti medium, coloro cioè che si ritengono in grado di stabilire contatti extrasensoriali, parlano generalmente di tre corpi sottili principali, contrapposti al corpo fisico:

1) Il corpo eterico, responsabile della diffusione dei processi fisici dell'organismo: una sorta di barometro del benessere personale. Esistono guaritori che riescono a diagnosticare eventuali patologie osservando esclusivamente il corpo eterico, che con la morte scompare.

2) Il corpo astrale, che serve a elaborare i sentimenti. Comprende tutti i desideri, le emozioni e i pensieri nascosti nella mente umana. Questo corpo sottile è il "veicolo" dei voli astrali. Dopo la morte lascia il corpo fisico e si trasferisce nel mondo astrale, ma può allontanarsi spontaneamente dal corpo anche in caso di incidenti gravi, coma o uso di sostanze stupefacenti. Si tratta di quella parte dell'uomo che nelle esperienze di pre-morte vaga nel mondo astrale assorbendo avvenimenti ed impressioni.

3) Il corpo mentale, che comprende tutti i pensieri, compresi quelli extrasensoriali e intuitivi. Il corpo mentale viene per lo più suddiviso in due livelli: la mente superiore, che si nutre dello spirito universale (esperienze spirituali, intuizione, verità superiori), e la mente inferiore, legata al mondo terreno e materiale, inteso senza alcuna connotazione negativa.
Molti popoli credono che questi tre corpi immateriali rivestano un ruolo importante, sia in relazione alla vita nell'Aldilà che alle pratiche occulte nella vita terrena. I corpi sottili elevano l'uomo dalla sfera puramente fisica e gli consentono di esercitare la magia. Se l'uomo non si limitasse a considerarsi una mera somma di funzioni corporali, potrebbe riuscire a liberare quelle forze che gli permetterebbero di andare oltre la normalità quotidiana.  (misterieleggende.com)

venerdì 21 novembre 2008

"...Si cambia per ricominciare..."

 IO:
"Il cuore impavido corre lontano...non perde mai la speranza!
Guarda oltre l'orizzonte perchè ogni tempesta riporta il sereno.
Ogni sentimento che finisce apre le porte ad uno nuovo, più forte, perchè la fine del precedente ha
generato consapevolezza sugli errori da non rifare, costruito tasselli per viver meglio il nuovo sentimento."
LEI:
"Perchè bisogna passar per tanto dolore per crescere nell'anima e trovar sintonia in se stessi, col mondo e riscoprir il vero amore? Ma,poi,l'amore esiste realmente, o son solo attimi che poi portano dolore?"
IO:
"Credo che per apprezzare questo pezzo di cielo, che ci appare ogni giorno, solo avendo toccato il fondo,ancora e ancora e ancora, ci si può sentir vivi, orgogliosi del cammino fatto, delle sconfitte che hanno portato al baratro e poi a risalire e trovar nuova luce, in noi e nel nostro cuore saremo pronti a vivere realmente l'amore, non egoistico, non succube, ma vero, vibrante, unico."
LEI:
"Parli bene tu, perchè sei felicemente sposata, ma non sai..."
IO:
"Parlo di quel che conosco bene, del dolore, disperazione e delusione infinita, per aver conosciuto il male, in tante sue manifestazioni, e quel pozzo nero l'ho risalito tante volte e mi ci rianno buttato dentro, malignità e ambiviguità e ancor più in profondità ho visto la morte, ma...
Dio, il silenzio, la solitudine del mio animo e il vero amore, che mi son venuti incontro, con occhi sinceri, mi hanno fatto riscoprire quel che ero, deviata dal male, ora orgogliosa di quel che son diventata, forte e consapevole, più innamorata che mai del mio amore, del giorno che ci risveglia e della vita tutta, anche quella che tanto dolore ci ha fatto patire.
Si cambia, si guarda il mondo con occhi meno ingenui, più scettici verso gli altri, ma quando ti porgono la mano, guardi, ascolti, impari a conoscere nuove realtà, ti confronti e scopri che non sei tanto alieno!
Anche uno sguardo può cambiarti la giornata, se sai catturarlo, apprezarlo e viverlo!
Quel bicchiere mezzo vuoto, guardalo come mezzo pieno, la morte è solo l'inizio di nuova vita!
"...si cambia per non morire..."
"...si cambia per amore..."
"...si cambia per non soffrire..."
"...si cambia per ricominciare...."

La vita è difficile, complessa, ma come potremmo apprezzare istanti di gioia se non conoscessimo il dolore?

giovedì 20 novembre 2008

ATLANTIDE E MU

Le leggende sull'esistenza di civiltà millenarie, scomparse in seguito ad un grande cataclisma, si ritrovano nelle mitologie delle antiche popolazioni di tutta la Terra.
Il primo a parlare di Atlantide è Platone. Nel suo Timeo ci racconta dei viaggi di Solone in Egitto, dove i sacerdoti lo mettono a conoscenza di una guerra combattuta millenni prima tra gli antenati degli Ateniesi e gli Atlantidei.

Atlantide, 9500 a.C.
Nel centro dell'oceano Atlantico c'è una grande isola, una sorta di monarchia confederata i cui dieci sovrani governano molti paesi.
I domini si estendono a varie regioni dell'Africa, dell'Egitto, dell'Europa e del Sud America.
La capitale di Atlantide è una grande e splendida città, un grande porto sul mare il cui sistema di difesa consiste in alcuni cerchi concentrici con accessi sfalsati l'uno rispetto all'altro, con altrettanti grandi canali circondati da alte mura d'acciaio. Inattaccabile per gli uomini, ma non per le forze della natura: un grande cataclisma la sprofonda nell'oceano. La caduta di Atlantide provoca un imbarbarimento delle province confederate, dalle cui rovine nascono le civiltà oggi conosciute. Fin qui Platone. Solo nel XVI secolo si ricomincia a parlare di una possibile origine atlantidea delle civiltà sudamericane appena scoperte da Cristoforo Colombo, civiltà le cui leggende parlano di un grande cataclisma avvenuto, all'incirca, nella stessa epoca in cui il filosofo greco colloca i suoi racconti.

Leggende parallele
Un'antica leggenda messicana narra dell'isola di Aztlan, situata nell'Atlantico, che gli abitanti dovettero abbandonare perché stava sprofondando nell'oceano. I superstiti, che ne avevano preso il nome, si facevano chiamare Aztechi, ovvero abitanti di Aztlan. India, 1870. Il colonnello inglese James Churchward, appassionato di archeologia, scopre in un tempio molte tavolette scritte in una lingua estremamente antica. Il sommo sacerdote rivela a Churchward che si tratta di tavolette sacre perché scritte dai Sette Fratelli, detti "Naacal".
venuti dal continente Mu a portare le scienze, la religione e le sacre scritture. Secondo queste tavolette, l'uomo fece la sua comparsa per la prima volta proprio sul continente Mu, ora sprofondato nell'oceano Pacifico in seguito ad una grande catastrofe. Impossibile non notare delle analogie tra i Naacal e il dio egizio Thot. E altrettanto numerosi sono i punti di contatto tra le civiltà del Sud America e l'antico Egitto: le piramidi, particolari tecniche di costruzione murarie, la tecnica dell'imbalsamazione, la divisione dell'anno in 365 giorni. Si tratta di due civiltà distinte o di un solo grande popolo? Secondo alcune teorie, Mu era un grande continente situato nell'oceano Pacifico. Popolato da diverse razze, il potere era in mano ai bianchi, che adoravano un unico dio indicato con il nome fittizio di "Ra il Sole". Gli abitanti di Mu colonizzarono gran parte del Sud America e arrivarono fino all'Asia centrale e all'Europa dell'est. Poi, circa 13000 anni fa, in seguito ad immense eruzioni vulcaniche, Mu si inabissò provocando un maremoto di tale portata che sconvolse l'intero pianeta. In seguito, tale sorte toccò anche ad Atlantide.

Teorie sulla leggenda
Le ultime teorie sull'esistenza di Atlantide e Mu, propendono per due civiltà distinte e a sé stanti. Su Mu, oltre a quanto ipotizzato da Curchward, non sappiamo molto, mentre per quanto riguarda Atlantide le ipotesi sono numerose. Secondo una teoria, i fatti narrati da Platone non si riferiscono a 9000 anni prima, ma solo a 900, cioè al 1450 a.C., quando l'esplosione del vulcano dell'isola di Santorini, allora chiamata Thera, ne provocò il parziale inabissamento, generando onde di maremoto che colpirono l'isola di Creta, distruggendone la civiltà e lasciando segni sul territorio visibili ancora oggi. Questa teoria, però presenta molte lacune, oltre a non spiegare come i popoli del Sud America potessero conoscere fatti accaduti nel mare Mediterraneo.
Un'altro studio pone Atlantide nell'attuale altipiano subacqueo sul quale si trovano le isole Azzorre, luogo che corrisponderebbe alla descrizione fatta da Platone di un'isola con una catena montuosa e una vasta pianura irrigata. Ricerche effettuate nei fondali hanno effettivamente portato alla luce quelli che sembrano i resti di antiche opere dell'uomo. Questa teoria, inoltre, si fonda sui rilievi geologici effettuati alla base della catena montuosa sommersa nord atlantica, che risulta essere composta in prevalenza di basalto. Questo tipo di roccia, in prossimità degli oceani, tenderebbe a sprofondare mentre i continenti più antichi, composti in prevalenza di granito, avrebbero basi molto più solide.
Un mito tra i ghiacci perenni
Secondo un'altra recente teoria, invece, i resti di Atlantide sarebbero in Antartide, continente che un tempo si sarebbe trovato più a nord e, almeno in parte, libero dai ghiacci. Attraverso i millenni, la forza centrifuga generata dalla rotazione del pianeta, unita al peso di miliardi di chili di ghiaccio vicino a uno dei poli, potrebbe avere provocato uno slittamento di parte della crosta terrestre. A sostegno di questa teoria che, tra gli altri, Einstein dichiarò «tutt'altro che improbabile», esisterebbero delle prove. Il più recente movimento della crosta terrestre sembra essere avvenuto tra il 15000 e il 10000 a.C, periodo in cui gran parte del continente nordamericano era ricoperto dal ghiaccio. Con il finire della glaciazione, miliardi di chili di ghiaccio si sciolsero provocando l'innalzamento del livello dei mari e l'assestamento della crosta terrestre, non più gravata da un tale peso. In seguito a tali movimenti, l'Antartide si sarebbe potuta "spostare" quel tanto che basta perché i ghiacci la ricoprissero completamente. Le rovine di un'antica civiltà si troverebbero quindi sotto ai ghiacci del Polo Sud. Immagini satellitari mostrano conformazioni stranamente circolari nell'Antartide occidentale. Si tratta, probabilmente, di crateri vulcanici, anche se alcune analisi indicano la presenza di una forte concentrazione di ferro, particolare interessante visto che Platone ci riferisce che le mura circolari della città erano di metallo.

Atlantide in un lago?
Un'altra interessante teoria è quella secondo cui, nella disputa tra i geologi e i ricercatori favorevoli all'ipotesi Atlantide avrebbero ragione sia gli uni che gli altri. In poche parole, sarebbero nel giusto tanto i geologi nell'asserire che non esistono continenti sprofondati nell'oceano Atlantico, quanto Platone nell'affermare che Atlantide si trovava oltre le Colonne d'Ercole: secondo questa teoria, infatti, Atlantide sarebbe da collocarsi in Sud America. E, ovviamente, non sarebbe sprofondato l'intero continente ma solo Cerne, la capitale di Atlantide che si trovava in un'isola vulcanica situata al centro dell'antico lago Popoo, nell'altipiano centrale della Bolivia. Rilevamenti satellitari mostrerebbero una conformazione rettangolare, perfettamente livellata, circondata da un paesaggio simile a quello che descrive Platone. Tanto che sarebbero tuttora identificabili i letti dei canali e le mura circolari di difesa della città. Inoltre nella zona sarebbero presenti i minerali che, secondo quanto riferito dal filosofo greco, erano la ricchezza della enigmatica civiltà: oro, argento, rame e il misterioso oricalco. Insomma, le teorie su Atlantide sono talmente tante che il continente e stato situato un po' ovunque ma, a tutt'oggi, non è ancora stata trovata una sola prova certa che sia esistito.

L'ira degli dei, la forza della natura
Secondo le leggende, ci fu un tempo in cui le civiltà di Atlantide e di Mu divennero talmente potenti da mettersi in competizione con gli dei che, per punizione, ne provocarono la distruzione. Non ci sono prove che Atlantide e Mu non siano altro che un mito. In passato gli accademici ne hanno sempre avverso l'esistenza, anche per non mettere in discussione la data della creazione del mondo secondo la Genesi, calcolata Del 3760 a.C.
Oggi, secondo la scienza ufficiale, sul fondo degli oceani non ci sono tracce di cataclismi di tale portata. Ma, anche se ciò fosse vero, resta comunque da spiegare come mai nei miti e nelle leggende di tutte le civiltà si parla dei superstiti di un antico popolo la cui terra è stata distrutta da un cataclisma.

Il libro di Mormon
Pubblicato nel 1830, il Libro di Mormon rappresenta una vera a propria seconda Bibbia per la setta dei Mormoni. Narra dell'incontro avvenuto nel 1815 tra Joseph Smith, un contadino quindicenne dell'Ontario e l'angelo dal nome Moroni, che gli mostrò il nascondiglio di alcune antiche tavole scritte in una lingua ignota. Smith, grazie all'ispirazione dell'angelo Moroni, riuscì a tradurre completamente le iscrizioni contenute nelle tavole, nelle quali si narra di un cataclisma che interessò tutte le terre, provocando la distruzione e l'inabissamento di molte città e di interi popoli, i cui superstiti trovarono rifugio in quello che chiamarono "il paese di Abbondanza". Sempre secondo Smith, giunti in questa nuova terra fondarono templi e città, tra cui Palenque e Machu Picchu. Anche se nel testo Atlantide e Mu non sono mai menzionate, le analogie risultano evidenti. Oggi la Chiesa dei Mormoni conta in tutto il mondo oltre dodici milioni di fedeli residenti soprattutto negli Stati Uniti d'America.

Alcune ipotesi su Mu
II primo a supporre l'esistenza di un antico continente situato tra il Madagascar, Ceylon e Sumatra, fu P.L Sclater nel 1850 circa. Tale idea gli fu suggerita dalle affinità zoologiche esistenti tra le specie che vivono in territori separati da migliaia di chilometri di oceano. Evidentemente, secondo Sclater, un tempo doveva esistere una terra che aveva reso possibile la diffusione delle specie animali in un'area così vasta. Sclater, che basava la sua teoria principalmente sui lemuri, chiamò tale continente Lemuria. II naturalista Wallace, invece, collocava Lemuria tra l'Australia, la Nuova Guinea, le Isole Salomon e le Fiji. In quegli anni erano molti gli studiosi che concordavano sull'esistenza di un continente, ora sommerso, un tempo situato nel Pacifico. Solo non sapevano dove collocarlo. Nella disputa, che continuò negli anni, entrarono anche altri personaggi e altre teorie. Secondo la Teosofia il continente di Lemuria sarebbe stato la dimora della Terza Razza Madre e la culla dell'umanità. Le ricerche sui fondali effettuate con le moderne tecnologie non hanno però fornito nessuna risposta definitiva. (misterieleggende.com)

mercoledì 19 novembre 2008

La vita ti sorride se la guardi sorridendo!

La vita è un dramma perchè la si vuol vedere ed affrontare come tale! Sicuramente non è facile e ci sono momenti, anche, altamente drammatici, bui e senza respiro, ma non c'è notte, che non porti all'alba e quanto più è stata lunga la notte, tanto più apprezzata sarà guardare orizzonti nuovi. La vita ha tante tonalità, che anche un daltonico vede, seppur con percezione distorta. Tutto sta in come vuoi affrontare la vita, la realtà che si esiste, ma come la percepisci tu può essere diversa da come la percepisco io e di conseguenza diverso il modo di viverla, con i piedi ben saldi per terra, ma con uno stato d'animo più idealista. Possono sembrare banalità ma per me sono vangelo! Adoro il nero e tutte le tinte decise, con bei contrasti netti, quelle pastello non mi piacciono, ma, per esempio, adoro il verde smeraldo, come quei prati di montagna, scuriti e intrisi d'odor di terra bagnata, dopo la pioggia, cavalcati dallo spettacolare arcobaleno. Quando vivo un dramma, (o che io ritengo tale) mi tuffo nella natura e spazzo via brutti pensieri, mi rigenero nel silenzio e ricomincio a sorridere!!!

LE PROFEZIE DI NOSTRADAMUS

Nostradamus, il più celebre veggente di tutti i tempi, colui che secondo alcuni ha lasciato le previsioni sul futuro dell'umanità fino all'anno 3797, è nato il 14 dicembre 1503 a Saint-Remy-de-Provence, un piccolo paese nel Sud della Francia.
La sua è una famiglia benestante di origine ebraica. Il nonno del futuro Nostradamus, però, si avvicina alla religione cristiana e per questo decide di cambiare addirittura nome. Per dimostrare devozione alla Madonna, infatti, lascia il proprio cognome Gassonet ed adotta quello di Notre-Dame, dalla chiesa dove ha ricevuto il battesimo. Ma questa versione dei fatti è controversa e per alcuni Nostradamus non è altro che una derivazione dal latino nostra damus, che vuol dire "diamo le nostre cose", cioè "trasmettiamo le cose che sappiamo". Quello che è sicuro è che il nome Nostradamus è la latinizzazione di Michel de Nostradame, uomo di corte dei sovrani di Francia, apprezzato astrologo, consulente personale di Caterina de' Medici, ma soprattutto medico di fiducia di suo figlio, il re Carlo IX. Un personaggio che ancora oggi, dopo più di cinque secoli, fa scrivere e parlare di sé.
Gli studi
Il giovane Michel lascia presto Saint-Remy per andare ad Avignone. A soli 17 anni è già laureato in filosofia e letteratura per poi cominciare a studiare matematica e scienze naturali. Dopo qualche anno arriva a conseguire una seconda laurea, questa volta in medicina. Sono anni difficili, in Francia la peste imperversa, ma lui non si tira indietro come invece fanno gli altri medici. Applica metodi nuovi e predica l'igiene nei luoghi di cura, cosa all'epoca considerata rivoluzionaria. La sua fama cresce di pari passo con i successi. Questo però comincia ad attirargli anche l'invidia e la maldicenza di molti colleghi.
Viaggi importanti
Tra il 1535 e il 1545, Nostradamus viaggia moltissimo: dieci anni dei quali non è rimasta molta traccia anche se sono in molti a ritenere che proprio dalle esperienze fatte in questo periodo derivi buona parte della sua conoscenza. Nel 1547 si risposa. Ora il brillante medico di Saint-Remy vive a Salon e comincia ad essere "Nostradamus". La sua passione è l'astrologia, che usa per collocare nel tempo le proprie profezie. Passa buona parte delle sue giornate a studiare e, oltre a scritti scientifici, come un trattato sull'uso dei farmaci e sulla loro possibile nocività, pubblica anche il testo che lo renderà famoso per secoli: il suo “Vrayes Centuries et Propheties de Maistre Michel Nostradamus”, cioè le "Vere centurie e profezie di mastro Michel Nostradamus".
Le Centurie
Nella casa di Salon, dove vive fino alla morte, oggi c'è un museo a lui dedicato. Qui sono nate le “Centurie” che lo hanno reso famoso, frutto però di un grande travaglio interiore. Uscite a più riprese dal 1555 al 1568, sono dedicate a suo figlio Cesare. Nostradamus, che ha asserito di vivere la propria capacità di vedere il futuro come una condanna, ha scritto ben 553 oracoli in forma di quartina. Ma cosa rivelerebbero le sue profezie? In realtà quasi tutto, visto che riportano eventi fino alla fine del 3000 e toccano ogni genere di avvenimento. Nella prima parte Nostradamus spiega come sono nate. Avrebbe, infatti, trovato degli antichi testi di occultismo, con un sapere che arrivava da epoche remote. In questi libri lui avrebbe appreso le arti della divinazione, così potenti da spaventare lui stesso. Per questo avrebbe scritto le sue visioni sul futuro in forma criptica, cercando di non svelare troppo di quanto aveva saputo. Anche sulla natura dei libri misteriosi si riportano diverse dicerie. Si pensa, per esempio, che siano frutto dei suoi contatti con la cultura persiana o con quella egizia. A Salon, la sua città, si dice che lui avrebbe provato a bruciarli e che questi avrebbero emesso una straordinaria luce bianca, decisamente diversa da quella prodotta da ogni altro materiale conosciuto. Altre opinioni, invece, fanno notare che la scelta di scrivere in maniera celata potrebbe essere stata dettata da una più banale prudenza, per non incappare nella repressione dell'Inquisizione. Comunque siano andate le cose, resta il fatto che le Centurie portano a Nostradamus una gran fortuna. Il loro linguaggio simbolico affascina i potenti, tanto che Caterina de' Medici lo chiama al suo servizio come astrologo e re Carlo IX lo assume come suo medico di corte: un binomio che non deve scandalizzare, visto che all'epoca erano in molti gli studiosi che accostavano alle scienze naturali lo studio della posizione dei pianeti. Lo stesso Galileo Galilei arrotondava le sue entrate facendo oroscopi a pagamento.
Il mistero delle previsioni
Non è solo la regina Caterina de' Medici a nutrire cieca fiducia in lui. Anche altri sovrani, tra cui l’allora duca di Savoia Emanuele Filiberto, si avvalgono dei suoi servigi. A Torino proprio a quest'ultimo, preoccupato per non essere riuscito ad avere un figlio maschio, Nostradamus predice la nascita del sospirato erede. Non solo: ne prevede il nome, Carlo Emanuele, dice che diventerà il più grande capitano del suo tempo e ne anticipa anche la morte: morirà infatti «quando un nove si troverà davanti a un sette». Strano ma vero, Carlo Emanuele è morto a 69 anni, prima quindi di compierne 70.
Un segreto inviolato
Le Centurie di Nostradamus sono strutturate in un ordine ancora misterioso, assolutamente non cronologico, e non riportano nessuna data. Per leggerle chiaramente è necessario essere in possesso del codice usato dal suo autore per organizzarle, un segreto rimasto inviolato per secoli e che ancora appassiona studiosi di tutto il mondo. Nonostante siano state scritte in modo criptico, però, non è difficile identificare con certezza alcuni personaggi e diverse situazioni. Un esempio per tutti: la profezia che dice: «il sangue del giusto richiede che Londra sia distrutta dal fuoco nell'anno del 66», ha fatto pensare al Grande Incendio di Londra avvenuto, appunto, nel 1666. E come questa, tante altre affermazioni di Nostradamus hanno trovato una conferma postuma nei libri di storia. Ma è veramente così o si tratta di interpretazioni dettate dalla suggestione? Tra le previsioni che sembrano più chiare di altre, e brani che invece mantengono il loro aspetto oscuro, è stato trovato e scritto di tutto. Si sono notate analogie con la seconda guerra mondiale e con la follia di Hiter, con catastrofi naturali e persino con la tragedia dell'attentato alle Torri Gemelle dell' 11 settembre 2001. Nell'incertezza che ci riserva il futuro, tuttavia, gli studiosi di Nostradamus sono ottimisti: oltre alla ristampa puntuale delle loro opere, si prevedono anni di pace e di grandi cambiamenti. Come dicono anche una profezia maya ed una cinese.
Il ricettario di Nostradamus
Nel 1555, dopo le prime Centurie, Nostradamus ha scritto una raccolta di ricette, divisa tra creme, belletti, profumi, lozioni, medicamenti naturali ma anche conserve e dolci. Un “Traité des Fardements et Confitures” che comprende la sua esperienza di medico ma anche di attento conoscitore delle regole della sana cucina. Un trattato ricco e sorprendente, che riporta addirittura i consigli sul tipo di vasellame o di cottura da utilizzare, i racconti personali e le sue considerazioni. Una raccolta scritta per introdurre nella vita di ogni giorno principi di igiene alimentare e rimedi sani e gustosi ai più comuni malanni. Il testo fu scritto per compiacere Caterina de' Medici, che da poco l'aveva invitato a corte a Parigi, ma anche per aiutare chi aveva pochi soldi e poche occasioni per avvicinarsi a dolci e conserve. Pare infatti che Nostradamus sia stato il primo a trascrivere e a divulgare le preziose ricette fino ad allora patrimonio solo di speziali e di medici. Una curiosità: nel paese dove ha vissuto ed è morto, Salon de Provence, ancora oggi si vendono dei piccoli dolci fatti seguendo una sua ricetta segreta.
Le profezie di Malachia
Può un santo irlandese aver previsto l'elezione di tutti i Papi? È quello che sostengono gli studiosi delle profezie del vescovo Malachia, vissuto tra il 1094 ed 1148 dopo Cristo. Nei suoi scritti, discussi da molti studiosi, il sant'uomo avrebbe infatti anticipato i tratti più salienti di ogni pontificato, riassunti con un motto dedicato a ciascun Papa. Ma se alcune profezie sono obiettivamente difficili da interpretare, in molte altre, invece, sembra facilmente riconoscibile ogni singolo pontefice. Le sue previsioni riguardano centododici Papi, ordinati in ordine cronologico a partire dalla sua epoca e comprendono anche alcuni antipapi. Si comincia con Celestino II, che fu pontefice dal 1143 al 1144 e che viene indicato con il motto “ex castro Tiberis”, riferito presumibilmente alla sua terra natale, Città di Castello, che si trova proprio sul Tevere. Giovanni XXIII, già patriarca di Venezia, viene presentato come “Pastor et nauta”, cioè "pastore e navigante", ed in effetti aveva una barca a vela nel blasone cardinalizio. Paolo VI è Flos florum, cioè "fiore tra i fiori", ed il suo stemma riportava proprio dei fiordalisi. Giovanni Paolo I, invece, è contraddistinto dal motto “De medietate lunae”, cioè "a metà di una luna", in riferimento forse alla brevità del suo pontificato, interrotto a metà di un ciclo lunare. Giovanni Paolo II, infine, è il "Travaglio del sole", riferito forse alla sua importante opera in tutto il mondo ma anche alla sua grande sofferenza. La serie si conclude con il motto “Petrus romanus o Petrus secundus”, che secondo alcuni dovrebbe essere l'ultimo pontefice. E Benedetto XVI? Nell'elenco di Malachia il Papa della "gloria dell'olivo" è nella penultima posizione, al centoundicesimo posto. Dopo di lui, quindi, ci sarebbe un momento di svolta nella storia della cristianità o dell'umanità intera. Sempre che tutto ciò sia vero.
Profezie sulla Rivoluzione
Parigi, 14 luglio 1789, la presa della Bastiglia, uno dei momenti più importanti della rivoluzione francese, uno degli eventi che hanno cambiato la storia politica e sociale del mondo. Un fatto, incredibilmente, previsto secoli prima dal vescovo, teologo e astrologo Pierre d'Ailly, vissuto in Francia tra il 1350 e il 1420. Studioso attento dell'astrologia, la considerava un indispensabile strumento di conoscenza, con la quale era possibile prevedere il futuro mantenendo intatta la sua fede. Nel suo “De concordia astronomiae cum theologia”, pubblicato nel 1490 dopo la sua morte, d'Ailly scrive: «e ora parliamo dell'ottava congiunzione che avverrà l'anno 7040 dalla Creazione, il 4758 dal Diluvio, il 1639 a partire dalla Incarnazione. Dopo questa ci sarà un complemento di dieci rivoluzioni di Saturno nell'anno cristiano 1789. Allora, si assisterà a grandi e mirabili cambiamenti del mondo e mutazioni, anche per ciò che concerne le leggi e le sette». Una previsione decisamente precisa, che però non è stata l'unica, visto che anche altri astrologi hanno descritto il 1789 come un anno critico per Parigi e la Francia. Prima dell'anno Mille, infatti, Albumasar, un astrologo iraniano convertito al cristianesimo, scrive nel “Liber de magnis conjunctionibus” che il cielo del 1789 avrebbe assistito ad un profondo sconvolgimento, molto vicino alla "fine del mondo". Nel 1550 un altro sacerdote francese, Richard Roussat, scrive nel suo “Livre de l'Estat et Mutation des Temps” che negli «anni del Signore mille settecento ottanta e nove, con due rivoluzioni di Saturno, se il Mondo dura sino a quel e tale tempo, delle grandissime, meravigliose e spaventose mutazioni e alterazioni accadranno in questo universale Mondo». (misterieleggende.com)

martedì 18 novembre 2008

Lettera

…In sintonia con una persona, cerco di istaurar un rapporto "d'amicizia", e non di semplice "conoscenza",
sterile e superficiale ...diplomatica!
Nel bene e nel male potrei esser tutto fuorchè diplomatica, superficiale e...ipocrita!!!
(Cosidero ipocrito il diplomatico e superficiale).
Non si può chiedere l'amicizia, è un rapporto che va consolidato nel tempo,
nella fiducia, nel rispetto, nella stima, nel reciproco affidarsi e confidarsi,
senza pregiudizi nè paura di dir all'altro ciò che si pensa realmente,
dandosi consigli costruttivi e ben motivati,
rispettando, comunque, poi, le scelte dell'altro.
L'amicizia è un fiore di campo che nasce spontaneamente!
L'amicizia è quel faro in più che ti riscalda nei momenti bui,
insieme al faro dell'amore, primo in assoluto come riferimento, conforto e condivisione.
L'amicizia è anche quel rifugio quando si litiga con l'amore!!!!:-)
L’amicizia è libertà d’essere nel rispetto dell’altro!
(Tratto da una mia lettera)

YIN e YANG

Il concetto di Yin e Yang ha origine dall'antica filosofia cinese, molto probabilmente dall'osservazione del giorno che si tramuta in notte e della notte che si tramuta in giorno, è una concezione presente nelle due religioni propriamente cinesi:Taoismo e Confucianesimo. I caratteri tradizionali per yin (陰 o 阴, pinyin: yin) e yang (陽 o 阳 yáng) possono essere separati e tradotti approssimativamente come il lato in ombra della collina (yin) e il lato soleggiato della collina (yang). Il significato di questi caratteri non può che avere più di una connotazione. Siccome yang fa riferimento al "lato soleggiato della collina", esso corrisponde al giorno ed alle funzioni più attive. Al contrario, yin, facendo riferimento al "lato in ombra della collina", corrisponde alla notte e alle funzioni meno attive. Il concetto di Yin e Yang può essere illustrato da questa tabella:
Yin - Yang
luna - sole
notte - giorno
buio - luce
freddo - caldo
riposo - attività
femminile - maschile
nord - sud
ovest - est
inverno - estate
autunno - primavera
destra - sinistra
introversione - estroversione
terra - cielo
tigre - drago
Si può anche guardare allo yin e allo yang come ad un flusso nel tempo. Il mezzogiorno è pieno yang, il tramonto è lo yang che si trasforma in yin; la mezzanotte è il pieno yin e l'alba è lo yin che si trasforma in yang. Questo flusso del tempo può essere espresso come cambiamenti stagionali e nelle direzioni cardinali: il sud e l'estate sono pieno yang; l'ovest e l'autunno sono lo yang che si trasforma in yin; il nord e l'inverno sono il pieno yin, e l'est e la primavera sono lo yin che si trasforma in yang. Yin e yang possono anche essere visti come il processo di trasformazione che descrive il passaggio da una fase ad un'altra in un ciclo. Per esempio, l'acqua fredda (yin) può essere fatta bollire e trasformarsi in vapore (yang). Yin e Yang rappresentano nel complesso le due forze primordiali, opposte ma complementari, presenti in tutte le cose dell'Universo.
Principi
Tutto può essere descritto in termini di yin o yang:
1. Yin e yang sono opposti
Qualunque cosa ha un suo opposto, non assoluto, ma in termini comparativi. Nessuna cosa può essere completamente yin o completamente yang; essa contiene il seme per il proprio opposto. Per esempio, il freddo può diventare caldo; "ciò che va su deve venire giù".
2. Lo yin e lo yang hanno radice uno nell'altro
Sono interdipendenti, hanno origine reciproca, l'uno non può esistere senza l'altro. Per esempio, il giorno non può esistere senza la notte.
3. Lo yin e lo yang diminuiscono e crescono
Sono complementari, si consumano e si sostengono a vicenda, sono costantemente mantenuti in equilibrio. Però ci possono essere degli sbilanciamenti che creano problemi; i quattro possibili sbilanciamenti sono: eccesso di yin, eccesso di yang, insufficienza di yin, insufficienza di yang.
4. Lo yin e lo yang si trasformano l'uno nell'altro
Ad un certo punto, lo yin può trasformarsi nello yang e viceversa. Per esempio, la notte si trasforma in giorno; il calore in freddo; la vita in morte. (wikipedia.org)